venerdì, 03 luglio 2009

Lamenti alla luna, e lamette nelle vene, dove guardava Jules.

Che poi la luna non era altro che che il riflesso della nostra faccia devastata, sconvolta dalla visione del mondo.

(Che poi però guardavo te e se ti sovrapponevi come un lucido su un lucido che sembrava però più vero, era una questione di Gestalt o qualcosa di intersecato all'odore della tua pelle e allora vedevo solo te e pure la luna ci guardava e forse ci invidiava)


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venerdì, 03 luglio 2009

5 - La voragine di carne e umori gocciolava su tutte le vostre cazzo di teste

Ebbene sì hanno tipo preso fuoco e si sono accartocciati su loro stessi e l'odore della carne penetrava le narici come degli artigli che si arrampicavano nel naso e nella gola.
«Ti sta dando alla testa». Ma questa troia nigeriana è davvero la donna più grossa e grassa e unta che abbia mia visto nella mia vita, spalanca la bocca lorda di liquidi che non riesco a definire ma forse sono umori o sperma o sperma e umori e la sua fica è una voragine immensa e terrificante, qualcosa che sembra poter inghiottire il mondo nelle sue contrazioni di orrendo piacere che sembrano seguite dal barrire di mille elefanti e cento balene amorfe che si sono suicidate su una spiaggia qualsiasi mentre gli stronzi animalisti le tormentano nell'attimo sublime della morte.
«Ci stanno dietro ragazzo, abbiamo dietro la chiesa, gli uomini del Vestiti Bene e pure Belial e se ti dico che Belial è qua a cinque minuti con tutto l'esercito e tutti gli attrezzi che usa il suo esercito quando è qui a cinque minuti ti consiglio di seguirmi e di seguirmi alla svelta.»
E io cazzo no, io vedo quella roba gigante agitarsi e colare e ansimare e colare e ansimare come cola ed ansima il mondo.
«Senti giovanotto, qua salti pure tu, era previsto, è previsto che salti dentro pure tu.»
E quella fica gigante già si spalanca mentre gli zoccoli di Belial e le grida dei suoi uomini mi danno alla testa e mi svegliano la notte tenendomi insonne per ventiquattro anni a schiacciare zanzare e ragni che avevano la sola colpa di essere zanzare e ragni.
E poi dice «Senti» dice, «Senti come latra» dice, «Senti come latra il mondo».



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venerdì, 03 luglio 2009

Veleno e odio

Lasciatemi vomitare lasciatemi autoeleggere come italiano, come italiano puro diretto discendente della stirpe di D'Annunzio, Marinetti, Pirandello e tutti gli altri che non erano merda e non erano massa, forse uno degli ultimi,
come ardito mutilato dalla società e dall'abnegazione che secerne codardia e stasi nelle nostre vene ventenni.

Lasciatemi sputare merda e veleno e merda sugli antifascisti con scritto A.C.A.B. sul braccio che poi si rifanno alla costituzione mentre negano lo stato, che poi chiedono giustizia e protezione dagli stessi Bastards Cops che hanno scritto sul braccio che con i soldi del tatuaggio, del dread e del piercing ci costruivano un pozzo in angola ma loro i negri li vogliono perché cantino due cagate reggae e gli vendano il fumo e la coca.

Lasciatemi gettare odio e rabbia verso il popolo delle bandiere arcobaleno che scende al richiamo della moda, verso gli schiavi del Reggae e della droga che erigono la droga come bastione della democrazia, prendere a calci i difensori della canapa pronti a tutto per fumarsi la canna pronti a nulla per difendere l'uomo, per vendicare la violenza, per aprire gli occhi all'orrore del mondo.

Lasciatemi sputare merda sul fascista analfabeta che crede al Duce perché ha giocato sei volte a biliardino in una sede di periferia di qualche agglomerato neofascista neo medievalista.

Lasciatemi pure dire che non è vero che siamo tutti uguali, forse lo siamo a livello profondo ma non in questo teatro che sta diventando uno sceneggiato scadente e violento, lasciatemi erigere a punitore, sviscerare ogni idea ogni difesa a priori del crimine e della violenza. E non mi parlate di cultura e melting pot dove c'è solo violenza e brutalità e non mi parlate di cultura quando vedo burqua, stupri veli forzati e merda varia.

Lasciatemi cagare sugli ignoranti, sui leccaculo dello stato che sono sostanzialmente i professori baroni Re inconstrastati dell'istituzione universitaria con i loro assistenti lecca culo che leccano il culo ad ex leccaculo con leccaculaggio partime.

Chiudete le scuole, diceva Papini, io dico bruciatele.

Lasciatemi dire che molti sono nati per cucirmi le scarpe, cucinarmi la cena, montare la mia auto e pulire il cesso dell'autogrill dove piscerò. E quel destino se lo sono scelto.

Lasciatemi annunciare la gloria dell'autodidatta, il disprezzo di tutta la critica, la fede cieca nelle proprie opinioni frutto di riflessione e attacchi d'istinto. La cultura dell'attacco e della violenza, l'analisi spregiudicata di ogni contraddizione e lo smantellamento di ogni credo in cui per un istante stavamo per credere.

Lasciamo sorgere un Neo Italiano, un difensore estremo ed esplosivo dell'identità violata di un paese violato da invasori stranieri e retrogradi frutto di culture inferiori, aberranti, devianti e dal paese stesso dai suoi mostrosi abitanti votati solo al cazzo alla fica e al denar.
Lasciatemi gridare le forme e i dinamismi del corpo tumefatto dell'Italia che ancora nasconde metallo lucente, pronto a risorgere nell'individuo che sia suo unico partito, sua unica religione, nella lotta tra morale e giustizia, nel rispetto del prossimo anche nella sua tremenda punizione.

Lasciate che sputi ancora veleno, che strizzi il fegato e l'instestino per far schizzare roba nera che corrode ogni cosa e ribolle come il sangue nelle mie vene disintegrate, macchiate di codardia ed amor proprio, nella furia del mio cervello e nel bruciare secco delle grida della mia gola che è la gola lucente d'Italia.

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categoria: neoitalianesimo


venerdì, 03 luglio 2009

L'armatura di metallo.

Mi tolgo l'armatura di dosso e mi sembra di essere praticamente in ginocchio. Ogni pezzo di bronzo riproduce la mia faccia e sembrano strati infiniti e falsi e infiniti e falsi, che poi ogni strato si avvicina ad un livello di verità o di falsità maggiore e alla fine è questo che non riesco a risolvere se una fine c'è o se c'è stato un inizio, un grande bang che non fosse una pallottola spiaccicata tra le lacrime.
E poi sono pieno di ammaccature e sangue, il metallo cocciato dalle armi dei nemici che forse ero semplicemente io, ne riconosco la ferocia.
E pure adesso mi chiedo se questa sia un'armatura o una gabbia, magari l'ho costruita io. Ma per difendermi o per contenermi, o mi ci hanno messo dentro, perché dovevano essere in molti, perché ho lottato con le unghie e con i denti, ho scalciato e mi sono tutto tagliato.
E ancora la sento sferragliare intorno e dentro di me e sembrano quasi  parole di metallo o metallo che si è attaccato alle parole.

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mercoledì, 01 luglio 2009

Il domatore.

La tensione è deflagrata in uno sfregare umido dei corpi umidi e Diego Silvestri sembra quasi sia caduto a terra da solo o forse ci si è buttato, forse si è buttato a terra come se si fosse arreso al mondo.
Però poi il tuo odore che mi entrava nelle narici e la tua bocca e le tue labbra e le pieghe del tuo sorriso ed è stato come se per un istante avessi preso il mondo per la criniera, l'avessi cavalcato a pelle, domandolo come una bestia feroce che era costretta a prostrarsi a noi che in qualsiasi modo fosse questo possibile non capivamo più dove iniziavo io e dove finivi te.
Quindi non è detto che poi  non spalanchi i denti e mi si avventi al collo, visto che ti giuro vedo i muscoli contrarsi, prepararsi allo scatto, però adesso che sono stretto nella divisa rossa, con le fibbie che mi schiacciano il petto, e le spalline di cuoio che saltellano assieme al mio sudore, con la frusta in mano e lo sguardo falsamente fiero, io potrei giurare di avere ancora il controllo.



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martedì, 30 giugno 2009

La rimozione dei paraurti

Toc Toc Toc del duro saltellare metallico della ruota dura sulle fessure che qualcuno ha piazzato in forme perfettamente geometriche e ritimiche che ritmano il lettino in corsa a sua volta ritmica verso la sala operatoria aritmica e aritmetica o aritmetrica.

«Vi prego toglietemi questo coso dal petto, vi prego.»

E ci sono luci che esplodono nella dilatazione e contrazione estatica delle pupille e ancora quel Toc Toc Toc che sembra il tamburo di uno sciamano di lattice che sembra la forma delle tue mani che mi accartoccio su me stesso come un'auto, come un treno.

«Stia calmo e respiri, presto sarà tutto finito, stia calmo e respiri.»

Ma non ho bocca e non posso urlare e non respiro e i polmoni sono diventati duri e freddi ma ho ancora gli occhi che spalanco verso le luci del corridorio che si intervallano danzando come dischi di luce come bombe sganciate su paesi mediorientali dove Hassan alza lo sguardo al cielo e nell'incedere dei bengala e nel rombare dei bombardieri ci vede un po' di poesia.

Toc. Toc. Toc.

Hanno svitato le viti dei paraurti, Toc. Toc. Toc. sono ancora sveglio ma lo sferragliare dei bisturi e dei divaricatori nel mio cuore è diventato quasi dolce, quasi ci affogo, quasi respiro, il profumo,
della tua carne.

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lunedì, 29 giugno 2009

4 - neologismi amorfi si mangiano la coda e il culo

I mostri hanno le facce amorfe e i cappelli neri da magazziniere e guidano muletti avanti e indietro per la stazione di confine.
La stazione di confine è dove o te ne vai o ti perdi perché la luce metallica o pura, forse pura luce, forse quella che vediamo è un'emanazione della luce pura, allora Disgrazia domanda un po' tossendo un po' vomitando con quel dito in gola su cui si è messo un preservativo usato che nessuno ha capito perché «Allora siamo un'idea? Oppure ce le stiamo mangiando, cazzo, cazzo e ancora cazzo anzi stracazzo, togliti quella roba di bocca!», domanda e anzi dice e qualcuno mentre si cala da dirigibili in fiamme sopra i nostri cuori e le nostre anime diroccate dalle radiazioni di tutte le bombe atomiche inesplose che ci sono esplose dentro, ci sono implose, qualcuno piange, credo o crediamo e può giurare che Disgrazia quella cosa l'abbia pressoché esclamata, quindi qual'era la domanda? La domanda era estrinseca nell'annullamento del quesito, nell'arcuarsi della schiena sudata di libidine e umori bollenti del punto interrogativo rovesciato.
Gli inservienti non fanno che andare avanti e indietro a fare che, poi a fare che? C'è solo la consapevolezza che stanno tutti toccando un punto di non ritorno, stanno sfondando un muro dove nella disintegrazione si forma il nuovo ordine e noi lo vogliamo storgere, contorcere come la mano contorta e occhiuta di Trasatron che racconta con le lacrime agli occhi (alle centinaia di occhi che secernono il cibo degli dei con cui Cicerone si è sballato sei volte surante i rituali di Eleusi), racconta della Maddalena di quanto ha amato la Maddalena e poi ci guarda tutti e in qualche modo ci fissa e ci bagna di saliva neodetergente, ci sviscera ogni necrosecondo di decellulizzazione e dice «Ma l'avete capito chi sono io? L'avete capito che cosa ho fatto? Che cosa voglio farvi vedere?»
E mentre i treni iniziano a saltare in aria come denti di pugile, il pugno in faccia ha un sapore terroso, anzi ferroso, che forse è il sangue o è semplicemente un pugno, però sembrava tutto più chiaro, mentre la scossa rimbombava rimbombante nelle cavità craniche e davanti a noi o dentro di noi oppure in noi e noi nel tutto. Questa statua gigante sembra sfidare Dio nei dinamismi ultraveloci, nello schizzare delle sue forme che la retina non riesce a fermare, che Dio non riesce a mangiare e i nostri stomaci non possono e non potranno e non hanno potuto digerire, che non ci sono succhi adatti, che non ci saranno ti prego stringimi più forte che puoi perché ti voglio sentire dentro.
«Avete capito allora? O non avete capito niente?»
Trasatron è in lacrime e fiamme e tutto intorno posso sentire solo lo schiacciare del buio che si era acquietato nell'illusione tumefatta della luce.

E io ho il groppo in gola e qualcosa nel culo.

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lunedì, 29 giugno 2009

Sfere di gomma e parassiti intestinali si stringono in un abbraccio atomico sotto i boati dei bombardieri

Trentaseimila occhi di gomma ti guardano dentro sfregando sopra ogni fessura del tuo Io e c'è come un suono di sospiri e e bocche aperte nel piacere o nel dolore di ogni creatura vivente che scappa come una preda da un'altra preda.

Orifizi pieni di roba dura che no n riesce ad uscire, stimolazione rettale seguita dall'esatta disposizione in una visione estatica della trinità nelle terminazioni nervose dell'ano.

Sono rimaste incastrate nella gola nell'angolo che muove verso l'autostrada dei morti, dove scorrono lucci dorati che vanno a sbattere con i cadaveri dei drogati con lo scrosciare furibondo degli incidenti stradali e dei preservativi rotti, o nella gola, la gola dell'anima, riarsa, che ha un leggero riflesso di vomito e di passione orgasmica e bagnata e se tiri il filo escono una dopo l'altra, le sfere, una. Dopo. L'altra.
Una dopo latra.  Ma la più grande è ancora,
all'altezza del colon o dell'ombellico su cui ti sei accasciata.


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sabato, 27 giugno 2009

3 - La dama viola

L'impressione del tuo culo bagnato dalla luce della luna (o forse era un lampione) mi è rimasta nella retina per giorni e poi ha iniziato a parlare.
Perché vedi quelli della Distinti Saluti hanno avuto uno scontro a fuoco con gli uomini del Festino Politico e praticamente c'è rimasto sotto uno dei nostri.
Guido Sclerosi ha gli occhi patinati d'oro e vede attraverso due fessure che sembrano due carie e adesso è riverso a terra perché ha guardato in faccia la donna col velo viola che si stava gettando dal cavalcavia e invece bum ha sparato, quindi noi, in qualche modo dobbiamo analizzare la situazione qualsiasi questa sia e prendere reazioni e provvedimenti e stimolare la ghiandola pineale e le nervature dei nostri ani il prima possibile, sono stato chiaro? Sono stato chiaro o no?
Poi ha sputato la sigaretta che mi è caduta quasi addosso e io sentivo già che la gamba mi faceva male, mi faceva niente che mi sembrava disintegrata e Trasatron spalanca i duecentottantatrè occhi che gli ricoprono tutto il corpo e che ti sviscerano dentro con delle lingue che possono leggerti l'anima dalle ulcere dell'intestino, insomma spalanca gli occhi e dice:
«Allora ascoltami bene, mi danno la caccia, mi vogliono fottere e tu mi devi salvare il culo.»
Annuisco confuso dall'alcool e dall'acido che mi sono preso senza nemmeno accorgermente mentre bevevo il caffè vecchio di un mese.
«C'è una nigeriana sulla tangenziale, una enorme, gigantesca, strabordante, rivoltante puttana nigeriana... c'è questa enorme vacca nera  e io devo entrare nel suo utero, e ci sarà da lavorare ragazzo, ci sarà da lavorare sodo.»
Faccio una riga di speed che mi ha venduto un fattone sdentato prima che lo prendessi a calci e mi domando se forse potevo semplicemente rubarla, poi penso alla nigeriana e ai rivoltanti girelli scuri e sudati e allora è tempo di partire perché Trasatron già si è messo le scarpette e il tutù.

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venerdì, 26 giugno 2009

Cenere

L'alba si incendiava sputando in faccia agli estintori, o erano gli estintori che si erano spenti,
o forse solo io.
E nel susseguirsi di ogni intersezione che andava a cadere,
rovinosamente,
o andavo,
 nell'interstizio di chi sa cosa e dove e allora sembrava polvere.
E la cenere vorticava in vortici assuefatti da dinamiche iridescenti e nicotina e da tutte le possibilità combinabili che portano comunque al risultato vano e nullo.
Che cosa sognava la cenere?
La cenere sognava solo altra cenere.












(Omaggio a Jmarx, tra l'altro)
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